Tra voce e silenzio

Lettere dall'interiorità

Se sapessimo di avere una scadenza. Se sapessimo che il tempo è poco.

Se sapessimo che il mondo come lo conosciamo potrebbe finire da un momento all’altro.

Domani mattina ti alzeresti con l’idea di risolverti?

Ti alzeresti pensando che finalmente è arrivato il momento di aggiustare quel tuo difetto caratteriale, di lavorare su quella fragilità che ti porti dietro da anni, di correggere quella parte di te che non funziona bene?

Oppure useresti il tempo che resta per vivere?

Per vivere il tuo carattere.
Per vivere quello che sei.

Anche senza spiegarlo troppo.
Anche senza giustificarlo.

Ho la sensazione, anzi, molto di più di una sensazione, che nel nostro tempo ci sia una grande illusione. L’illusione che potremo entrare davvero in contatto con il nostro nucleo più profondo, con ciò che qualcuno chiama anima, essenza, centro, solo quando avremo finalmente risolto noi stessi.

Quando avremo sistemato il passato.
Quando avremo guarito le ferite.
Quando avremo integrato le parti difficili.
Quando non ci saranno più quelle incongruenze del nostro carattere che ci fanno sentire imperfetti.

È come se dentro la cultura contemporanea fosse passata una promessa implicita,

prima risolvi tutto, poi potrai finalmente vivere.


Prima diventa coerente.
Prima diventa equilibrato, stabile, centrato.

E solo allora potrai incontrare davvero la tua anima.

Ma accade esattamente il contrario.

Accade che quel nucleo perenne non si lasci incontrare dopo.

Si lascia incontrare proprio mentre siamo così come siamo.

Si lascia incontrare quando smettiamo di considerarci un problema da risolvere.

Quando smettiamo di vivere la nostra vita come un grande progetto di miglioramento personale.

Quando smettiamo di guardare il nostro carattere come un errore da correggere.

Perché se osserviamo con onestà la nostra esperienza umana, ci accorgiamo di una cosa semplice e allo stesso tempo radicale: ciò che chiamiamo difetto, fragilità, incongruenza, spesso è anche ciò che ci rende vivi.

È ciò che ci rende sensibili.
È ciò che ci rende profondi.
È ciò che ci rende unici.

Eppure passiamo anni, a volte una vita intera, cercando di levigare proprio quelle parti.

Come se l’anima potesse abitare solo in una forma perfetta.

Ma forse l’anima non ama le superfici perfette. Forse l’anima ama le pieghe.

Ama le zone irregolari.
Ama le contraddizioni.


Ama le parti della nostra esperienza che non stanno dentro una teoria ordinata della vita.

Forse l’anima non si sente quando tutto è sistemato.

Ma entra in gioco quando smettiamo di pretendere che tutto sia sistemato.

Quando iniziamo a stare nella nostra vita così com’è.

Con il nostro carattere.
Con la nostra storia.
Con le nostre fragilità.

Non come errori da eliminare.

Ma come forme precise della nostra esperienza umana.

Ed è proprio lì, dentro quelle pieghe che vorremmo cancellare, che si nasconde qualcosa di estremamente vivo. Qualcosa che non ha bisogno di essere aggiustato.

Ma di essere ascoltato.

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Laura 🌹