Tra voce e silenzio

Lettere dall'interiorità

A volte accade che qualcosa nelle nostre vite crolli. Altre volte crolla proprio tutto insieme. E siamo abituati a pensare che questo sia un momento negativo.

Oppure siamo noi a crollare. Arrivano disturbi, smarrimenti, momenti in cui non ci riconosciamo più.

Ma quando la prospettiva cambia, succede qualcosa di molto particolare.


Da quel momento in poi, quando tutto crolla… va bene così.

Non significa che non si soffra più. Non significa che non si provi dolore o disorientamento. Ma è molto diverso attraversare un crollo sentendosi vittime della vita, oppure attraversarlo sapendo, o almeno intuendo, che qualcosa di importante sta accadendo per noi.

Io me lo immagino come quei momenti in cui la natura si scatena e diventa distruttiva.

Un fiume rompe gli argini. Una tempesta abbatte alberi. La terra si muove.

E quasi sempre le prime cose che cadono sono quelle costruite dove la natura voleva restare selvaggia. Dove non accettava cementificazioni. Dove non voleva essere addomesticata. Dove voleva restare libera di scorrere.

Così vedo anche i crolli nella mia vita. O in quella delle persone che arrivano da me.

Qualcosa vuole rompere gli argini. La natura in te, la tua natura primordiale, non addomesticabile, vuole rompere gli argini. Vuole portarti fuori dagli schemi. Fuori dal misurato, dal controllato. Vuole che tu possa esprimerti non per come devi essere, ma per come sei.

Quest’inverno, in Sardegna, il vento ha soffiato con una forza impressionante.
Per giorni interi. Molti alberi sono stati sradicati. Ma c’è una cosa che mi ha colpito.

Non ho visto sradicata neanche una quercia. Neanche un leccio. Gli alberi caduti erano quasi sempre altri. Alberi alti, con radici più superficiali, alberi che non appartengono davvero a questo luogo. Molti di loro sono stati piantati negli anni per rimboschire velocemente le zone colpite dagli incendi.

E a un certo punto mi è venuto da sorridere. Ho pensato: chissà se anche la nostra altezza, quella di molti di noi sardi, ha qualcosa a che fare con questo vento.
Con questa necessità di stare radicati.

Le querce non svettano verso il cielo come altri alberi. Ma sono solidissime. E quando arriva il vento, restano. Un po’ come la nostra natura più profonda. Quella che non cerca di essere altro. Quella che semplicemente affonda le radici dove appartiene.

Quando qualcosa nelle nostre vite crolla, è vero, non c’è molto da fare se non sentirne il dolore. Ma mentre questo dolore ci spezza il cuore, allo stesso tempo lo scioglie. E aprendosi, il cuore diventa capace di qualcosa che prima non riusciva a fare. Amare.

Amare parti di noi che avevamo nascosto.
Amare la vulnerabilità.
Amare anche ciò che negli altri ci spaventa o ci commuove.

Prima eravamo chiusi nelle barriere delle nostre sicurezze.
E dentro quelle barriere non sempre riusciamo ad amare fino in fondo.

I crolli aprono delle crepe.

Ed è proprio da quelle crepe che può entrare la vita.

Sono i momenti in cui possiamo finalmente lasciare che quell’immagine innata che siamo, ciò che in noi vuole esistere, prenda forma.

Al di là del nostro controllo razionale.

Si esprima con tutta la sua forza.

Perché la natura negli argini non ci vuole stare.

E noi non facciamo eccezione.

Almeno la maggior parte di noi.

Sicuramente tu, se sei qui a leggere queste parole.

Se senti il desiderio di attraversare questi temi insieme, ogni mese ci incontriamo nell’incontro mensile della Membership. Uno spazio vivo di ascolto, presenza ed esplorazione.

Laura🌹