Tra voce e silenzio

Lettere dall'interiorità

Immagino che “diventare adulti”, nel nostro mondo, non sia tanto una questione di età, ma di addestramento.

Nessuno te lo dice apertamente. Succede piano, quasi con buone intenzioni, dentro frasi che sembrano proteggerci, dentro sguardi che ci vogliono “a posto”.

All’inizio sei vivo. Non nel senso romantico, ma proprio nel senso animale e semplice. Senti, reagisci, ti entusiasmi, ti spaventi, canti senza motivo, ti muovi senza chiederti se è giusto, se è bello, se è appropriato. Sei attraversato dalla vita, e questo basta.

Poi, a un certo punto, qualcosa cambia.

Qualcuno comincia a dirti che questa vitalità è bella, sì, ma va incanalata. Che così com’è è dispersiva, immatura, inefficiente, poco utile. Che per stare al mondo devi imparare a regolarti, a contenerti, a funzionare. E così, lentamente, senza quasi accorgertene, inizi a stringere un patto.

L’adultità arriva come una promessa di protezione. Ti sussurra: se impari a controllarti, soffrirai meno.
Se impari a prevederti, sarai al sicuro. Se impari a funzionare, sarai accettato. Avrai un ruolo. Un posto. Un nome riconoscibile.

E tu, che magari hai già sofferto, accetti. Il patto è questo, in cambio di una presunta sicurezza, rinunci a una parte della tua vitalità, a una parte di te, quella più spontanea.

Non succede tutto insieme. Succede a piccoli passi. Smetti di dire certe cose. Smetti di fare certe cose.
Smetti di sentire fino in fondo. Impari a trattenerti. Impari a spiegarti. Impari a renderti comprensibile.

Diventi più gestibile. Più leggibile. Più adatto.

E a un certo punto funziona. Sembri, almeno all'apparenza, funzionare anche tu. La tua vita diventa più ordinata. Più prevedibile. Più “giusta”. E questo viene riconosciuto, spesso anche premiato.

Ma c’è un prezzo.

Perché quella parte che hai lasciato indietro non sparisce. Non si estingue, grazie al cielo. Non si addomestica davvero. Rimane. Rimane come una presenza silenziosa, a volte lontana, a volte vicinissima. Rimane come una memoria del corpo, come un impulso che ogni tanto si affaccia, come qualcosa che non ha smesso di voler vivere.

E prima o poi torna. Non sempre in modo chiaro e non sempre in modo “bello”. A volte torna come inquietudine, come una stanchezza che non si spiega, magari un senso di vuoto incolmabile, anche quando “va tutto bene”.

Altre volte torna in modo più netto, come una crepa, o quando qualcosa che si rompe. Una relazione che non regge più, un lavoro che diventa insostenibile, un’identità che smette di stare in piedi. E lì, quasi sempre, pensiamo che ci sia qualcosa che non va, che abbiamo sbagliato, e che dobbiamo aggiustare, correggere, rimettere in ordine.

Ma se fosse il contrario?

Se quello fosse il momento in cui qualcosa, finalmente, sta tornando vivo?

Se quella parte esclusa non fosse un errore da sistemare, ma una forza che chiede spazio? Una forza che non si è lasciata addomesticare del tutto e che, a un certo punto, torna a reclamare la sua esistenza?

Forse diventare adulti non significa imparare a funzionare sempre meglio. Forse significa poter reggere il contatto con ciò che in noi non funziona. Con ciò che eccede. Con ciò che è scomodo. Con ciò che non si lascia ordinare.

Forse maturare non è diventare stabili, ma diventare capaci di stare dentro la propria instabilità senza doverla spegnere. È un passaggio sottile, ma radicale.

Perché a quel punto non si tratta più di diventare una versione migliore di sé, più controllata, più coerente, più performante. Si tratta di diventare più veri. E questo spesso comporta una perdita.

La perdita di un’immagine. La perdita di un controllo. La perdita di quella sicurezza costruita sul “funzionare”.Non è un passaggio comodo. È un attraversamento.

È un momento in cui non ti riconosci più come prima, ma non sei ancora ciò che stai diventando. Un tempo sospeso, spesso scomodo, a volte doloroso, ma profondamente vivo. E forse è proprio lì che comincia qualcosa di diverso. Non è un nuovo modo di funzionare, ma un altro modo di stare.

Più vicino a ciò che sei, a ciò che senti, a quella parte che in fondo, non si è mei adattata.

E proprio quel crollo, quella crepa, quel momento in cui non ti riconosci più, non è necessariamente un fallimento, ma potrebbe essere un ritorno a qualcosa che avevi dovuto lasciare indietro, per essere accettato, per essere amato, per essere al sicuro. Un ritorno alla tua vitalità.

Forse la vera adultità comincia proprio qui, non quando sei finalmente “a posto”, ma quando smetti di volerlo essere a tutti i costi.

Per me la bellezza dell'adulto maturo, in definitiva, è poter contenere tutte le età, è poter danzare tra il vecchio, l'adulto e il bambino. Perché quando l'adulto è solo adulto, si prende tremendamente sul serio, e diciamocelo, in fondo, questa è la vera fregatura.

Per questo ho sentito il bisogno di creare uno spazio. In cui possiamo incontrarci così come siamo, anche quando non siamo “a posto” e ricordarci di lasciare spazio a quel nostro lato spontaneo che ci manca tanto.

Da qui nasce membership, un incontro al mese, per essere!

Se senti che è il tuo momento, puoi unirti.

Laura 🌹